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La domanda che chiama forte

Danze dell'Anima val di Fassa

Avevo un articolo che pensavo di pubblicare questo martedì, un articolo scritto già da un po’, in cui ti raccontavo come scelgo le musiche per le Danze dell’Anima.

Poi ho pensato: “che diamine Nadia, sarà il primo articolo dopo il primo laboratorio, aspetta il lab e poi scrivi di quello no?!

E poi finalmente ho smesso di pensare e, durante una micro danza nei 2mq scarsi a mia disposizione in questi giorni, brandelli di #accorgiti si sono mostrati agli occhi della mente uno di fila all’altro e …ecco l’idea che serviva e che aspettava paziente che mi accorgessi di lei e che le dessi le parole per esprimersi. Ecco cosa davvero serve dire nel primo articolo dopo queste Danze dell’Anima.

È stato un laboratorio davvero speciale quello di sabato scorso. C’era un bellissimo clima, un’armonia che si è creata da subito e che ci ha accompagnate per tutte e 6 le ore, che sembravano tante sulla carta ma che poi, come spesso accade, sono volate.

C’erano donne con una bellissima energia sabato. Ciascuna con i suoi come e i suoi perché. Ciascuna con i suoi da dove e verso dove. Ciascuna con le sue sicurezze e le sue paure. Ciascuna sé stessa. Tutte, me compresa, disposte a giocare e mettersi in gioco per fare il proprio ulteriore passo in avanti verso la vita che vogliamo.

Ma c’era anche altro. Qualcosa di sottile, di impalpabile eppure forte.

Abbiamo parlato, scritto, fatto esercizi, danzato, mangiato e ancora danzato fino a perdere il fiato. E tra un dialogo e l’altro, tra domande e considerazioni è pian piano uscito un fattore comune, quel qualcosa che stava permettendo l’armonia e il clima che si era creato.

L’ho visto, l’ho afferrato per un attimo, ma poi c’era da finire il lab e poi saluti, baci e abbracci, e sistema la stanza e carica la macchina, e…

Il giorno dopo ho ricevuto alcuni messaggi ed in uno di essi ho trovato una frase che mi ha colpito in modo esagerato. E siccome a furia di dai e dai quattro cose le ho imparate anch’io, ho capito che quella frase non era importante per sé stessa ma per quello che mi stava evocando e che ancora non era arrivato alla mente cosciente.

L’ho lasciata lì per quando, nel pomeriggio, avrei avuto tempo e modo di tornarci su, o meglio di danzarci su, ed ecco che tutto si è composto.

Ti ho già raccontato di come in una sera di agosto dell’estate scorsa è nata quest’idea delle Danze dell’Anima, di quella “Visione” da cui tutto è partito. Allora l’ho letta come la visione di qualcosa che era dentro di me da tempo e che in quella particolare sera trovava un senso, una strada.

Ora ho capito che quella visione era molto più di questo.

L’immagine che ho visto quella sera, mentre la banda suonava un waltzer viennese, non era solo dentro di me ma tutto attorno a me.

C’era una domanda che aleggiava nell’aria, una domanda che arrivava da più persone sparse tutto attorno per il paese, la valle, le valli. Una domanda forte.

Anna, la mia prima Maestra, non perdeva occasione per ricordarci che quando una domanda è forte trova sempre il modo di farsi porre. Quando lavori con un cerchio di persone, in quello che si chiama Campo, le domande che vengono fatte non sono mai solo di uno ma di molti se non di tutti i presenti. Ed allo stesso modo le risposte che arrivano non sono mai solo per chi ha fatto la domanda. La persona che pone la domanda o che da’ la risposta è solo “l’antenna” che per prima ha captato quello che il Campo mormorava e gli ha dato voce.

E questo è quello che è successo a me con le Danze dell’Anima.

Quella sera, quell’estate sono stata l’antenna che ha captato il mormorio del grande campo di queste valli, la domanda che chiamava forte e che mi si è presentata sotto forma di immagine. L’immagine di un gruppo di donne della valle che ritrovavano parti di sé stesse attraverso il danzare.

Per tutto il tempo in cui ho lavorato per trasformare questa visione ho sempre saputo che il primo laboratorio sarebbe stato in Val di Fassa. Diverse persone attorno a me chiedevano perché proprio lì e se non fosse meglio cominciare in posti a me più facilmente accessibili, dove conosco persone da anni, dove ho appoggi. Io stessa qua e là mi sono fatta la stessa domanda. Ma ogni volta la risposta era forte e chiara: il primo lab sarà da qualche parte in val di Fassa.

Nel tempo mi sono data i perché più vari di questa scelta tra cui, sopra tutti, il fatto che lì era nata la visione e lì doveva prender corpo ma pensavo fosse una cosa solo mia, perché tra queste montagne sto bene o cose di questo tipo.

Ora, dopo aver visto e ascoltato quello che è successo, so che questo laboratorio doveva essere in questa valle perché è da qui che è stato chiamato e che io stessa sono arrivata qui perché serviva un’antenna che captasse la domanda e la sentisse abbastanza sua da portare una risposta. E così è.

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